25 marzo 2013

CIO’ CHE CREDO DI ESSERE E CIO’ CHE ARRIVA AGLI ALTRI

Di ritorno da un corso intensivo di una settimana, sento che è stato uno di quelli che mi cambierà la vita.
E lo sento chiaramente, così come ho percepito lo sforzo di rimanere lì, quando una parte di me avrebbe voluto andarsene, per non vedere ciò che si manifestava con altrettanta chiarezza.

Dopo tutti questi anni di lavoro interiore, c’è una parte di me che si sente tranquilla: ho fatto tanto per conoscermi, sono sempre in continua evoluzione, vivo serenamente, che altro c’è da capire? E invece no, so di avere dei blocchi, mi rendo conto che qualcosa non va; come mai non attraggo ciò che desidero?

Ho iniziato il viaggio molti anni fa, partendo dalla mente e dai suoi meccanismi, leggendo, studiando, esplorando al mio interno per poter comprendere. Poi ho scoperto di avere delle emozioni; con molta lentezza, come chi per un tempo infinito ha cancellato e rimosso, ho ripreso a “sentire”…quello che era una massa indistinta si è definito pian piano: rabbia, dolore, impotenza, agitazione, allegria, tristezza, gioia, gratitudine, affetto, amore…

La ricerca spirituale mi ha permesso di creare un ponte, di connettermi a ciò che era più grande di me; di percepire il significato ed il messaggio nascosto in ogni avvenimento; di comprendere qual era l’insegnamento derivante da ogni esperienza, soprattutto dalle più dolorose…fantastico, mi sento dire da alcuni, c’è chi non ci arriverà mai, in questa vita!

Eppure, eppure…eppure non basta, manca una parte, la più importante, probabilmente…
Sì, manca il corpo, quello che sa tutta la verità…quasi tutti, la maggior parte, forse, iniziano da qui: un malessere, un sintomo, una malattia, una disciplina orientale o sportiva, ed ecco che ci si scopre a capire di più di sè, magari senza averlo neppure voluto o cercato…

E quindi ricomincio daccapo, riparto di nuovo.

Devo abbandonare l’idea di saperne abbastanza.

Devo affidarmi come chi è alle prime armi.
Per ogni domanda che mi viene fatta, per la quale so già la risposta, ricevo una mazzata: “Questo non è ciò che senti, è quello che pensi. Voglio sapere cosa senti nel corpo.”

Un buco allo stomaco. Un peso sulle spalle. La gola stretta e strozzata. Il respiro bloccato. Le braccia e le gambe che tremano. Il cuore che fa le capriole.

E scoprire che quello che per me è reale, per gli altri non lo è. Che quello che credevo di essere, di mostrare, di sembrare, non arriva così come io pensavo. Ed ecco la fragilità e le vulnerabilità riapparire.
Per poter comprendere in che modo ottengo i risultati che non desidero, anzichè ciò che voglio, ho dovuto permettermi di sentire la paura di essere sola, anzichè continuare a volermi credere autonoma ed indipendente.
Ho scoperto che il meccanismo di difesa che ho messo in atto inconsapevolmente, per essere al riparo dalla solitudine, è esattamente quello che poi la realizza.
Tutto molto logico, per la mente, certo; ma ho dovuto sentirlo nel corpo, ho dovuto percepire nuovamente la vulnerabilità e la ferita del non sentirmi amata e desiderata, per riappropriarmi della mia necessità di avere qualcuno vicino.

Fino a quando negavo il mio bisogno e non mi permettevo di sentirlo, non avrei mai potuto lasciare che qualcuno si avvicinasse davvero, se non per brevi momenti.

Ed ora cosa c’è da fare?
Nulla, assolutamente nulla.
Il mio inconscio ha vissuto di nuovo l’esperienza e l’ha portata a livello cosciente.
Il mio corpo ha provato cosa vuol dire aver paura, ed ha fatto l’esperienza di comportarsi diversamente dal solito, esprimendo una parte di me che stava completamente nascosta, quella che va verso gli altri, con gioia ed allegria.

E’ abbastanza.

Il resto verrà da sè.

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