3 settembre 2012

“SO DI NON SAPERE”

Immaginate qualcuno che influenza da 2.400 anni la civiltà occidentale, senza avere mai scritto un libro, senza Internet, solo con la forza del suo vissuto e della sua parola? Eccolo qui, si chiama Socrate!

Mi sono innamorata di lui all’università, mentre il professore di filosofia ci raccontava la sua storia.

Non era bello, e girava per Atene coperto solo da una tunica, ma centinaia di giovani accorrevano per sentirlo nell’agorà, la piazza in cui i filosofi del tempo tenevano le loro “scuole”. Prima di decidere cosa fare di sè, si era recato a Delfi, ad interrogare l’oracolo, che gli aveva risposto: “Conosci te stesso”. L’unica cosa di cui sono certo, amava ripetere, è di non sapere nulla. Ma da allora, sicuramente, ha cercato il modo di capire meglio se stesso, e l’essere umano. Con umiltà, rigore e fermezza.

Non so come ci fosse riuscito, lui attribuiva tutto ad un “daìmon”, un dio che lo possedeva e gli indicava cosa fare e cosa dire. Oggi io direi che era in contatto con la sua parte divina. Comunque aveva compreso molte cose, al punto che, quando incontrava i “potenti” ed i governanti, li fermava, iniziava a parlare con loro e, con la forza delle sue domande, riusciva ad andare oltre le loro maschere, li metteva a nudo, li “spogliava” di tutte le scuse, le giustificazioni, fino ad obbligarli a prendere coscienza di come erano veramente. Ve lo immaginate oggi, girare per la nostra capitale?

Un personaggio scomodo, come è scomodo chiunque ci metta di fronte alla verità.

Coma accade sempre ai personaggi scomodi della storia, un giorno Meleto, uno di questi “potenti”, lo denunciò, adducendo come motivo il fatto che non rispettava la religione ufficiale, e corrompeva i giovani.

Dopo un processo memorabile, nel quale Socrate si difese da solo (ovviamente!), la votazione finale fu contro di lui: condanna a morte! I suoi discepoli si precipitarono in carcere, per supplicarlo di fuggire: fino ad allora nessuna sentenza del genere era mai stata eseguita, i colpevoli di solito se ne andavano in esilio, o scappavano.

Ma Socrate scoppiò a ridere: “Con una vita come la mia, vi pare che io possa veramente scappare, travestito da donnicciola? Se questo è il volere della città di Atene, io obbedirò!”

A nulla valsero i pianti della moglie (Santippe – spesso presa ad esempio come moglie insopportabile; eppure doveva amarlo molto, se, malgrado la sua povertà ed il modo di fare, gli aveva donato tanti figli e rimaneva con lui…) e degli amici più cari…

Socrate li consolò, uno per uno, parlò con loro, dando consigli e raccomandazioni e, all’improvviso, prima che qualcuno potesse prevederlo, ingoiò il bicchiere di cicuta, il veleno che gli era stato portato.

Tutti avrebbero aspettato la fine del giorno designato, ma non lui, che si diede la morte prevista, senza esitare. Il suo carceriere scoppiò in lacrime, così come tutti gli altri…rimasero con lui fino alla fine… prima di spirare, Socrate si raccomandò: “Abbiate cura di voi stessi…”

Dopo pochi giorni gli ateniesi si pentirono di averlo condannato, e condannarono a morte Meleto.

Ma, ormai, il danno era fatto, e, come Socrate stesso aveva predetto, sarebbero passati centinaia di anni prima che nascesse qualcun altro in grado di dare una simile scossa al genere umano.

Ed anche Costui venne condannato a morte.

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